I Sirmaniaci, un nuovo concetto di tifoseria nella Pallavolo intervista a Gianni Eraclei
La crescita della Sir Susa Vim Perugia non è stata frutto solo dei trionfi sportivi ottenuti in campo, c’è un altro rilevante fattore da tenere in considerazione: la tifoseria. Nei primi anni la base era limitata e legata alla dimensione locale, con il tempo è cresciuta di pari passo con la squadra, dando vita a un movimento organizzato che ha preso il nome di “Sirmaniaci”. Attraverso l’intervista a Gianni Eraclei, uno dei fondatori dei Sirmaniaci, ricostruiamo le fasi di questa ascesa e le ragioni che hanno portato il tifo perugino a cambiare, in modo permanente, il modo di vivere la Pallavolo in Italia.
Com’è nata la sua passione per la Sir e, più in generale, per il Volley?
La passione per il Volley nasce da lontano ma con la Sir è stata qualcosa di diverso, più viscerale. Non è solo uno sport da seguire, è diventato un senso di appartenenza. Ho visto crescere questa realtà insieme alla città e, quasi naturalmente, mi ci sono trovato dentro fino in fondo. Da lì è iniziato tutto: non solo tifare, ma vivere la Sir.
Dal suo punto di vista come ha vissuto l’evoluzione del tifo organizzato e della tifoseria perugina nel corso delle stagioni?
L’evoluzione è stata evidente. All’inizio c’era entusiasmo ma mancava una vera identità strutturata. Negli anni si è costruito qualcosa di sempre più solido fino ad arrivare a una tifoseria organizzata riconoscibile, presente e rispettata ovunque. Ma c’è un altro passaggio fondamentale: la Sir è uscita dai confini locali. Oggi non parliamo più solo di una squadra di Perugia, ma di una realtà con respiro nazionale. Abbiamo tifosi in tutta Italia, anche in città dove esistono squadre importanti, soprattutto al Nord. È nato anche un gruppo come “Sirmaniaci Italia”, che ci segue e ci sostiene ovunque. Questo è il segno più evidente: Perugia è diventata una squadra che unisce e attrae, con una dimensione ormai da grande club.
Come è nata l’idea dei Sirmaniaci e cosa significa farne parte?
La nascita dei Sirmaniaci ha radici molto precise. Il gruppo è nato dall’unione di due realtà: da una parte la vecchia tifoseria dell’RPA Perugia, gli “SVS” che si era poi spostata a San Giustino e che successivamente è tornata in massa a Perugia per seguire il nuovo progetto della Sir Safety; dall’altra un gruppo locale già presente, gli “Nguastiti” Perugia. Il primo anno siamo stati due gruppi distinti, ognuno con la propria identità. Poi ci siamo resi conto che, per crescere davvero, serviva qualcosa di diverso: un’unica identità forte, riconoscibile, che rappresentasse tutti. Ma l’idea, in realtà, nasce ancora prima in modo molto semplice. Un po’ come nella canzone “Eravamo quattro amici al bar” di Gino Paoli: eravamo io, Diego, Riccardo e Marco. Non era un bar, ma il Sissy Pub di San Giustino. È lì che, parlando di Volley e di quello che poteva diventare questo progetto, è nata l’idea di costruire qualcosa di nostro. Da lì abbiamo incontrato la società Sir Safety e abbiamo deciso di camminare insieme, ognuno nel proprio ruolo, ma con una visione comune.
Sono cofondatore del gruppo e il nome “Sirmaniaci” l’ho coniato io. Non è stato casuale: già allora si percepiva che la società aveva grandi ambizioni, e serviva un nome che potesse andare oltre il territorio, che unisse e che fosse pronto a rappresentare una realtà destinata a crescere anche a livello nazionale. Anche l’idea della curva “tutta bianca”, con le maglie bianche come segno distintivo, è nata insieme ai ragazzi fondatori. Non è solo estetica: è identità visiva, è appartenenza. Far parte dei Sirmaniaci significa esserci sempre. Non solo quando si vince. Significa macinare chilometri, organizzare, soffrire e gioire insieme. È un impegno giornaliero!
Da tifoso, quanto orgoglio c’è nel vedere la propria città rappresentata ad altissimi livelli, in Europa e nel mondo?
L’orgoglio è enorme. Vedere il nome di Perugia portato ai massimi livelli europei e mondiali è qualcosa che ti riempie il cuore. Non è solo sport: è identità, è rappresentanza. E proprio questo percorso ha fatto sì che oggi Perugia non sia più solo “la squadra della città”, ma un punto di riferimento anche fuori regione. Quando vedi tifosi da tutta Italia che scelgono la Sir, capisci quanto è cresciuto questo progetto.
Quanto incide avere una tifoseria calda e presente sui risultati della squadra?
Incide più di quanto si pensi. Nei momenti difficili, quando la partita si complica, una tifoseria presente può fare la differenza. Non vince le partite, ma può spostare l’inerzia, dare energia, mettere pressione agli avversari. E quando questa presenza si allarga anche fuori casa, in tutta Italia, diventa un valore aggiunto ancora più grande.
Qual è, da tifoso della Sir, un sogno che vorrebbe vedere realizzato?
Il sogno è continuare su questa strada, consolidare quello che è stato costruito. Vincere ancora, certo, ma soprattutto vedere questa realtà restare ai vertici nel tempo, con una tifoseria sempre più forte e protagonista, anche a livello nazionale. Perché i cicli passano, ma l’identità deve restare.
Infine, vuole raccontarci un ricordo particolarmente bello e uno più difficile vissuti da tifoso?
Il ricordo più bello è senza dubbio la vittoria della Champions League della scorsa stagione a Łódź. Non solo per il trofeo, ma per come l’abbiamo vissuta: eravamo un gruppo di amici, insieme, lontani da casa ma uniti. Festeggiare lì, tutti insieme, è stato qualcosa che resta.
Il ricordo più brutto è la finale Scudetto persa contro la Lube qualche anno fa. Eravamo avanti due partite a zero, in controllo anche nella terza, quella che poteva chiudere tutto. Poi è successo qualcosa, difficile da spiegare anche oggi, e la partita è scivolata via. Da lì si è ribaltato tutto. Sono quelle sconfitte che ti restano addosso.
A cura di
- Cristian Gatti,
- Eugenio Alunni







